Medico e Psicologo di base: la giusta vicinanza

Pubblicato il 6 mar 2012 da Nicola Piccinini

Medico e Psicologo di base: la giusta vicinanza
 

Da anni si parla di medico di base e psicologo di base. Bene, vi propongo un’intervista fatta alla collega Alessandra Marchina che sul discorso “medico e psicologo di base” ha sicuramente qualcosa di interessante da raccontarci :o )

Domanda: Grazie Alessandra per questa intervista. Innanzitutto puoi dirci a grandi linee che fai e di che ti occupi?

Risposta: Mi chiamo Alessandra Marchina e ho 36 anni. Sono una psicologa e psicoterapeuta, specialista in Psicologia della Salute. Ho partecipato al progetto di collaborazione tra medico di base e psicologo nel triennio 2008-2010. Da sempre interessata alla crescita e al benessere, individuale e collettivo, i miei interventi hanno l’obiettivo di migliorare la qualità della vita della persona attraverso una ri-scoperta e un potenziamento delle risorse psicologiche e fisiche.

 

Domanda:  Puoi spiegarci, sinteticamente, in che consiste questo progetto dello psicologo inserito nello studio del medico di base?

Risposta: Il progetto, promosso dalla Scuola di Specializzazione di Psicologia della Salute dell’Università “Sapienza” di Roma e diretto dal Prof. Luigi Solano, prevede la collaborazione diretta tra medico e psicologo, attraverso una modalità di lavoro congiunta in cui entrambi i professionisti accolgono la domanda dell’utenza nello stesso luogo fisico, l’ambulatorio di Medicina generale. Per essere più chiara, lo psicologo per un giorno fisso a settimana siede accanto al medico, dietro la stessa scrivania, e il suo lavoro si svolge sia in copresenza con il medico sia, successivamente, in incontri separati (in rari casi). I casi di cui ci si occupa congiuntamente vengono tutti discussi tra il medico e lo psicologo, negli spazi che la coppia trova più congeniali (prima o dopo l’orario di studio, tra un paziente e l’altro ecc.). Lo scopo non è di fare della “piccola psichiatria” in casi specifici, ma di sforzarsi di dare un senso in ogni caso al disturbo portato dal paziente all’interno della sua situazione relazionale e di ciclo di vita. Il lavoro viene discusso in riunioni almeno ogni due settimane coordinate dal prof. Solano. Le riunioni sono aperte anche ai Medici, che vi partecipano a seconda delle proprie possibilità.

 

Domanda:  Inizialmente, avete riscontrato particolari fabbisogni o evidenziato particolari aspetti che rendessero utile la presenza dello psicologo presso il medico di base? In altre parole, quali i motivi che vi hanno portato ad intraprendere questo progetto?

Risposta: L’esigenza di proporre un intervento in copresenza nasce dall’idea di una presa in carico della persona in toto e non solo della sua parte malata. La presenza di uno psicologo all’interno dell’ambulatorio del medico di famiglia può infatti offrire le seguenti opportunità:

  • garantire un accesso diretto a uno psicologo a tutta la popolazione, senza il rischio di essere etichettati come “disagiati psichici”;
  • intervenire in una fase del disagio iniziale, in cui non si sono organizzate malattie gravi e croniche sul piano somatico od organizzazioni intrapsichiche fortemente limitanti una realizzazione ottimale dell’individuo;
  • offrire un ascolto che prenda in esame, oltre alla condizione biologica, anche la situazione relazionale, intrapsichica, di ciclo di vita del paziente;
  • favorire un interscambio tra Medicina e Psicologia, integrando le reciproche competenze;
  • limitare la spesa per analisi cliniche e visite specialistiche, nella misura in cui queste derivino da un tentativo di lettura di ogni tipo di disagio all’interno di un modello esclusivamente biologico.

 

Domanda:  Ci puoi dare il quadro della ricerca? Come si è svolta? Quanti medici e pazienti ha coinvolto? Quali in sintesi i riscontri di questa sperimentazione?

Risposta: L’esperienza è in corso dal 2000, inizialmente ad Orvieto, poi in diverse località di Roma e del Lazio. Ciascuna collaborazione ha avuto una durata di 3 anni e ha finora coinvolto 12 medici e 13 psicologi specializzandi in Psicologia della Salute (un medico ha partecipato due volte all’esperienza). Riassumendo i risultati raccolti in questi anni, si evidenzia che:

  • l’iniziativa è risultata fattibile e utile, da tutti i punti di vista;
  • l’inserimento dello psicologo nell’ambulatorio, fino a diventare una figura abituale, ha richiesto diversi mesi, soprattutto per raggiungere un sufficiente livello di sintonia e di comprensione tra i due professionisti;
  • la maggioranza dei pazienti ha dimostrato apprezzamento per l’iniziativa: nel corso di tutta l’esperienza solo 4 pazienti hanno richiesto di vedere il medico senza lo psicologo;
  • il numero dei casi in cui si sono ritenuti necessari colloqui separati con lo psicologo è di circa sei l’anno in media per ogni psicologo;
  • solo un paio di casi l’anno per ciascun psicologo sono esitati nell’invio a specialisti della salute mentale, non vi sono quindi rischi di accrescere il carico dei servizi territoriali di salute mentale. Questo dato testimonia altresì come il tipo di intervento adottato, lungi dallo “psichiatrizzare” o “psicologizzare” la popolazione utente degli studi di Medicina Generale, abbia invece contribuito ad evitare che il disagio si trasformasse in patologia psichiatrica;
  • nel corso di tre anni lo psicologo è riuscito ad entrare in contatto con circa 700 pazienti (circa la metà dei pazienti totali dei medici di base) e ad intervenire in almeno un centinaio di casi in cui veniva presentato, in modo più o meno consapevole, un disagio psicosociale, a volte anche piuttosto serio.

Inoltre, nel corso dell’ultima sperimentazione (triennio 2008-2010) abbiamo potuto rilevare una riduzione delle prescrizioni di farmaci nei due studi in cui è stato possibile avere il dato; riduzione che in un caso è stata del 17% (75.000 euro in un anno), nell’altro del 14% (55.000 euro in un anno). Questo dato non ha solo valore in sé ma testimonia il cambiamento del modo di lavorare all’interno degli studi, laddove evidentemente vengono date risposte di tipo diverso al disagio portato. Non siamo riusciti ad ottenere il dato, probabilmente più sostanziale, della spesa per indagini strumentali, visite specialistiche, ricoveri. (tutti i dati sono riportati nel recente volume Dal Sintomo alla Persona, Solano 2011).

 

Domanda:  Com’è hanno reagito medici e cittadini alla presenza dello psicologo durante la visita del medico di base? Si sono evidenziate specifiche criticità o, ancor meglio, opportunità?

Risposta: Per quanto riguarda il rapporto con il medico di base, nel periodo iniziale della collaborazione è spesso emersa la tendenza a riesumare il vecchio modello dell’invio sulla base di una necessità ravvisata dal medico, in genere sulla linea di attribuire allo psicologo soltanto i casi in cui era presente un disturbo psichiatrico esplicito. Con il tempo, si è giunti  quasi sempre a poter pensare in termini di ascolto congiunto di tutti i casi che giungevano all’osservazione, sino a creare una base comune. La copresenza, quindi, non si è tradotta in una separazione di competenze tra medico e psicologo, ma ha favorito l’integrazione e l’interazione tra professionisti.

Per quanto riguarda l’utenza, ha accolto positivamente la presenza dello psicologo all’interno dell’ambulatorio. Ancora oggi il disagio psicologico, che rappresenta una condizione di difficoltà e sofferenza per cui lo sviluppo dell’individuo viene ostacolato, è oggetto di stigma. Questa errata convinzione contribuisce ad alimentare diffidenza e vergogna nelle persone che sentono di aver bisogno di aiuto. Al contrario, nel corso della nostra esperienza è emerso che i pazienti, pur non portando una domanda di tipo psicologico, in presenza dello psicologo oltre che del medico, esprimono più facilmente una richiesta di aiuto non di tipo organico. Spesso, la mia sola presenza ha legittimato l’utenza a spostarsi da una richiesta di tipo medico ad aspetti personali, legati alla vita quotidiana e al contesto di riferimento. I pazienti si sentivano più autorizzati a sedersi e a parlare di cose che in precedenza non pensavano potessero trovare uno spazio nello studio di un medico. La copresenza ha quindi reso possibile accogliere la richiesta dell’utenza, facilitando processi di promozione e di costruzione della salute.

Vorrei, infine, sottolineare l’enorme opportunità che questa esperienza ha dato a noi psicologi, sia in termini di crescita personale che professionale.

 

Domanda:  Ho visto il libro (Dal Sintomo alla Persona. Medico e psicologo insieme per l’assistenza di base, a cura di Luigi Solano, Franco Angeli, Milano, 2011), in che misura pensi che questo modello sia esportabile e proponibile in altre città, da altri colleghi?

Risposta: Sinora il progetto è stato realizzato in alcune città del Lazio e dell’Umbria, ma è certamente esportabile anche altrove. La figura dello psicologo della Salute ci è apparsa particolarmente adatta per la tendenza ad approcciare le situazioni in termini di problemi da risolvere e non di patologie da identificare, e ad intervenire soprattutto in termini di promozione delle risorse personali. Non si può certo escludere che un lavoro simile possa essere svolto da psicologi con formazione di tipo diverso, purché questa non spinga, più o meno consapevolmente, a cercare di occuparsi sopratutto dei casi “grave psicopatologia”. Quest’ultima è in realtà una delle poche forme di disagio non somatico che il medico è già in grado di identificare con i propri mezzi e di affrontare utilizzando i servizi esistenti.

 

Domanda:  A livello organizzativo e relazionale, ti sentiresti di evidenziare alcuni aspetti da tener di conto per colleghi che intendessero replicare questa vs iniziativa?

Risposta: Innanzitutto, mi preme sottolineare l’importanza di non perdere mai di vista che lo scopo della nostra iniziativa non è quello di individuare e trattare i soggetti con disturbi psichiatrici conclamati, poiché il Medico è già in grado di procedere a questa individuazione ed avviare il soggetto al trattamento specifico. Il nostro scopo è di esplorare il significato di qualunque problematica, fisica o mentale, proposta da qualunque persona, nel contesto della sua situazione relazionale presente e passata e nel contesto del suo ciclo di vita. In altre parole, di occuparci di problemi prima che divengano patologie.

Infine, ritengo fondamentale considerare una durata del progetto almeno non inferiore ai 2 anni ed una supervisione costante, rivolta sia agli psicologi che ai medici.

 

Domanda:  Reputi realistica in questo momento l’istituzione in Italia della figura dello psicologo di base? Se no… e di progetti simili a questo, magari a microfinanziamento?

Risposta: Ciascuno, nel corso della vita, può attraversare un momento di difficoltà, sofferenza, dolore o confusione. Ognuno possiede delle risorse che gli consentono di affrontare e superare questi momenti difficili, ma tali risorse, benché presenti, possono non essere percepite, al punto da non essere immediatamente disponibili in caso di necessità. La collaborazione diretta tra medici di base e psicologi della salute favorisce nei paziente una maggiore disponibilità a “vedere” e “sentire” il proprio disagio e, quindi, ad affrontarlo, senza il timore di essere etichettati. La possibilità di normalizzare la figura dello psicologo rispetto ad un intervento non più incentrato su un versante patologico ma di promozione della salute e del benessere, teso alla ricerca di quelle che sono le fonti della salute e di come può essere sostenuta e rinforzata, può contribuire ad operare un cambiamento culturale nonché a ridurre la spesa sanitaria attraverso un minor consumo di farmaci ed un minor ricorso ad analisi cliniche.

Ritengo che, soprattutto in una fase di recessione come quella che il nostro Paese sta attraversando, dovrebbe essere, oltre che realistico e auspicabile, imprescindibile adottare nuove misure che permettano una riduzione della spesa pubblica soprattutto se, come nel nostro caso, corrispondono a un miglioramento delle condizioni di salute della popolazione. L’istituzione della figura dello Psicologo di base nell’ambulatorio di Medicina Generale rappresenta una risposta insostituibile alla crescente domanda di salute e di benessere da parte della popolazione, domanda i cui segnali sono fin troppo evidenti, e che invece a livello istituzionale continua a rimanere insoddisfatta. L’auspicio è quello che possa realizzarsi in tempi brevi un cambiamento in ambito sanitario che permetta di fornire risposte adeguate e specifiche ai bisogni  di salute psico-fisica delle persone

Vi lascio con le parole di una cara utente dell’ambulatorio di Medicina Generale in cui ho svolto la collaborazione:

”cara dottorè, la vita è dura, è ‘na salita,

       ma stai mejo se incontri qualcuno che te sa ascoltà veramente …”

                                                                                          (Leila, 92 anni)

BOTTA E RISPOSTA

3 pregi e 3 difetti del tuo essere professionista
Pregi: empatia, curiosità, capacità di lavorare in equipe. Difetti: grande senso di responsabilità, precisione, poco tempo libero.

Il libro da consigliare sempre e comunque
“Poesie d’amore” di Nazim Hikmet

Il difetto che vedi nell’attuale categoria degli psicologi
Poca consapevolezza rispetto alla spendibilità professionale, anche in contesti nuovi per gli psicologi.

Ed un punto di forza?
L’elevata formazione professionale e personale (anche se non sempre riconosciuta).

Cosa ti rende felice?
Rendere felici le persone che amo

Dai un titolo a questa intervista!
”Medico e Psicologo di base: la giusta vicinanza”

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  • rosalba

    veramente interessante ma l’iter da seguire??? ossia basta chiedere l’autorizzazione al medico di base o bisogna fare domanda all’asl o cosa????

  • Gennaro Romagnoli

    Davvero una proposta interessante che mi ha fatto venire in mente questo: fra i miei clienti
    c’è una anestesista di 82 anni che mi racconta sempre che quando lei ha iniziato il suo
    mestiere veniva vista come “un’intrusa della sala operatoria”…sino a quando i medici non
    hanno compreso l’importanza della sua presenza…potrebbe capire lo stesso a noi
    psicologi?;)

    Grazie per questo bellissimo articolo

  • mariangela

    Mi interessava capire come questo progetto è stato strutturato. E’ stato finanziato dall’università? Sarebbe bello “esportarlo” in altre realtà territoriali! grazie

  • http://www.psicologialcinica.it roberto mucelli

    si, ma lo psicologo chi lo paga?? trovo scorretto eticamente e professionalmente il volontariato ad oltranza, non è realistico…

  • http://www.studiopsicologiafermo.com Eugenio Scarabelli

    Apprezzo molto che si sia riusciti a mostrare concretamente che anche lo psicologo dovrebbe essere “di base”, ossia utile nella considerazione e valutazione di qualunque disturbo o vicenda che riguarda la salute delle persone. Questo il vero senso, da sempre della psicologia; non solo e non tanto quello di legarsi in modo esclusivo alle patologie mentali.
    Credo però che si debba fare molta attenzione a non approfittare di questa preziosa sperimentazione (costume tutto italiano) per legittimare con più forza un solo e specifico indirizzo specialistico: in questo caso lo “psicologo della salute”. Penso che tutti noi psicologi siamo “della salute” e che ci dobbiamo e possiamo esprimere su tutta la salute delle persone. Se invece si vuole rinforzare solo quella linea (peraltro limitatissima per il ristretto numero di persone che vi possono accedere ogni anno), perdiamo un’altra occasione per diffonderci tra la gente e ci parcellizziamo, seguendo ancora il modello medico che ha mostrato di non saper più guardare alla persona ma solo ai suoi singoli organi.

  • Carla

    Avevo sentito parlare di questo interessante progetto tuttavia volevo capire quanto fosse vera la “voce di corridoio” attraverso la quale pare che il progetto abbia subito una pausa a seguito della richiesta da parte dei medici di un compenso pari a circa €50,00 per ogni incontro ambulatoriale cui avrebbe partecipato lo psicologo. (costo che ovviamente immagino abbia inciso fortemente nella sperimentazione del valido percorso)

  • rosalba

    ha ragione Roberto …ma lo psicologo chi lo paga??????? qual’è iter da seguire???? nessuna risposta????

  • Paolo

    Ritengo interessante l’intervista ma ho molti dubbi sull’effettiva estendibilità ed efficacia di questo progetto. Come ben sappiamo la tempistica dei medici è molto diversa dalla nostra e l’approfondimento di talune tematiche “psicologiche” potrebbe interferire pesantemente con i ritmi classici di un ambulatorio medico, soprattutto di un medico generico in cui l’ammontare dell’utenza è tale da non poter concedere approfondimenti di questo tipo. In ogni caso già potrei immaginare tutta una serie di dinamiche più o meno conflittuali fra due professionalità che dovrebbero convivere all’interno di uno spazio in cui lo psicologo, diciamolo chiaramente, è solo un ospite. In ogni caso mi domando quale vantaggi potrebbe avere un medico generico dall’affiancamento di uno psicologo quando, se per caso ci sono degli elementi che vanno oltre le proprie competenze, può fare un semplice invio ad altro professionista (generalmente psichiatra, anche per affinità e solidarietà con la propria categoria). Ammesso poi che si crei un clima collaborativo fra le due figure (cosa tutta da verificare) quali sarebbero gli spazi di manovra di uno psicologo in un setting tanto particolare e in una tempistica tanto ristretta? Davvero si pensa che un medico generico, a prescindere dalla presenza o meno di uno psicologo, ha tempo e voglia di riflettere su determinati aspetti psicologico o olistici dei propri pazienti? Non mi stupisce quindi che qualcuno parli di richiesta da parte dei medici di un ritorno economico per una presenza (quella dello psicologo) che non ritengono necessaria e che in qualche modo appesantisce il loro lavoro.

  • Alessandra Marchina

    Grazie a tutti per i vostri feedback, domande e curiosità…provo a rispondervi!
    Innanzitutto, ciascuna collaborazione con il medico di base è stata svolta in qualità di tirocinio di specializzazione per noi psicologi, e perciò non ha previsto nessuna forma di retribuzione, volontariato o finanziamento da parte dell’Università.
    Riguardo alla “voce di corridoio” è assolutamente falsa! Tutti i medici che hanno partecipato all’esperienza non solo non hanno ricevuto alcun compenso ma hanno messo generosamente a disposizione la loro competenza e il loro tempo, e soprattutto si sono dimostrati disponibili nel confrontarsi con una professionalità altra, quella psicologica, per integrarla nel loro lavoro di accoglienza e presa in carico dell’utenza. Di solito non siamo abituati ad essere trattati così alla pari dai medici…
    Infine, sono d’accordo riguardo al fatto che lo “psicologo di base” non debba essere esclusivamente uno psicologo della salute. Il progetto è stato ideato dal prof. Luigi Solano all’interno della Scuola di Specializzazione di Psicologia della Salute e configurandosi come tirocinio di specializzazione ha visto coinvolti solo psicologi della salute in formazione. Non si è mai esclusa la possibilità che questo lavoro possa essere svolto da colleghi con altri tipi di formazione, ciò che più conta è non perdere mai di vista l’obiettivo principale del progetto e quindi, non occuparsi dei casi di grave psicopatologia ma di problemi, prima che diventino patologia.
    Spero di aver risposto a tutti e con piacere mi rendo disponibile per ulteriori confronti. Per un approfondimento ed una descrizione dettagliata della sperimentazione portata avanti, e tutt’ora in corso, vi invito a leggere il libro di recente pubblicazione Dal Sintomo alla Persona. Medico e psicologo insieme per l’assistenza di base, a cura di Luigi Solano, Franco Angeli, Milano, 2011

    Alessandra Marchina

  • Giulio Tirinelli

    …rispetto al discorso economico….

    così….. andando a tastoni (e quindi imprudentemente e volendo consapevolmente provocare delle risposte): e se lo chiediamo direttamente agli utenti di prenotare ed auto-finanziarsi l’incontro con la presenza dello Psicologo? Oppure anche dire che nei giorni x c’è la possibilità (con l’aggiunta di un contributo da spesarsi a parte) di fare un colloquio con questa “coppia clinica”?

    Intanto si potrebbe in questo modo cominciare ad avere informazioni empiriche sulla trasferibilità di questo modello, e a raccogliere esiti.

    Ovviamente va pensata meglio, per essere comunicata bene e ben impostata, ma vorrei sapere che ne pensate.
    Comunque vado a leggermi il libro così mi chiarisco le idee, e soprattutto grazie per l’interessante commento!

    Giulio

  • Paolo

    @ Alessandra Marchina. Ripeto la domanda: “quali sarebbero gli spazi di manovra di uno psicologo in un setting tanto particolare e in una tempistica tanto ristretta?”
    Grazie.

  • Alessandra Marchina

    Rispondo a Giulio rispetto al discorso economico: se partiamo dal presupposto che la salute delle persone è data da una condizione di integrità e benessere mente-corpo, così come sin dalla nascita siamo presi in carico da un medico di base (prima pediatra, poi MMG) dovemmo essere allo stesso modo presi in carico da uno psicologo di base, istituito a livello di SSN, e quindi gratuito per tutta la popolazione. Non penso, quindi, che la soluzione possa essere quella di aggiungere un servizio a pagamento ai tanti già esistenti, a lungo andare rischierebbe di tradursi nel classico invio che il medico fa allo psicologo.
    Per quanto riguarda la domanda posta da Paolo, mi offre l’occasione per illustrare meglio alcuni passaggi relativi alla collaborazione con i medici riguardo soprattutto al loro atteggiamento nei nostri confronti durante l’esperienza. Per non essere troppo autoreferenziale, ho scelto di utilizzare le parole degli stessi medici, riportando di seguito alcuni passaggi significativi presi dal libro (Dal Sintomo alla Persona. Medico e psicologo insieme per l’assistenza di base):
    […] Il rapporto con i pazienti è divenuto più sereno, l’atmosfera dello studio “alleggerita”. L’inserimento di un terzo, superata l’inevitabile gelosia, sembra aver permesso una distanza più modulata rispetto al paziente, con minori rischi di iper-coinvolgimento reciproco derivanti da un transfert genitoriale da parte del paziente, filiale (con le sue componenti di nuovo genitoriali) da parte del medico. Viene riferito ad esempio che quando le persone entrano nella stanza, a volte dopo tanti minuti di attesa, notano la presenza della psicologa, si presentano, sorridono, e il più delle volte si mettono a parlare del più del meno con lei. E’ come se quegli attimi dessero la possibilità al medico di creare un pensiero su quel paziente, e la descrizione che nei minuti successivi ne fa alla psicologa accresce la sensazione del paziente di essere conosciuto, compreso, accolto. Da notare l’affermazione che questa maggiore serenità si viene a creare anche con i pazienti conosciuti da molto tempo. Un’altra affermazione che merita di essere sottolineata è quella di “sentirsi più liberi di quando si era da soli”. La figura dello psicologo, inevitabilmente percepita all’inizio come intrusiva e giudicante, è diventata un elemento di sostegno, che permette di muoversi con maggiore spontaneità, sapendo che c’è anche qualcun altro che si occupa della situazione.
    Altro aspetto segnalato da diversi medici è quello che uno psicologo chiamerebbe una minore tendenza ad agire il controtransfert, dandosi invece la possibilità di riflettere sui motivi della propria emozione e dei comportamenti relativi di un paziente: “ Ci sono dei pazienti che prima avrei mandato a quel paese, che prima non accoglievo: è venuto fuori che uno dei rischi più gravi della medicina generale è l’immagine che il medico ha dei suoi pazienti. Diciamo che attraverso quest’esperienza ho capito cosa c’è dietro il loro essere, ho imparato a prendermi carico dei loro problemi, a cercare di capire i loro bisogni.”
    Nelle parole dei medici si coglie un aspetto formativo dell’esperienza da questo punto di vista, ed anche la consapevolezza che un’apertura anche alla dimensione psicosociale del paziente debba fare parte della cultura del sistema sanitario: “Ho cercato di colmare alcune lacune, in qualche maniera ero consapevole che la medicina improntata solo sull’evidente scientifico non può andare. Sicuramente avere a fianco una persona che ti stimola a non ricadere nella vecchia medicina diventa fondamentale , sicuramente il fatto che ci sono delle persone che quasi da 2 anni dall’inizio dell’esperienza prendono appuntamento specificamente perchè ci sta la psicologa dimostra che le persone si sono rese conto che la medicina non è soltanto farmaco ma anche qualcosa altro.”
    Per quanto riguarda la propria posizione personale nessuno dei medici intervistati, anche prima dell’esperienza, riteneva di saper fare lo psicologo, il contatto con l’altra professionalità ha però reso più chiare le distinzioni, e allo tesso tempo la possibilità di acquisire qualcosa rispetto alla propria professionalità: “Ho imparato che non posso appropriarmi di una professione, anche se è un po’ difficile dirlo: posso modificare il mio comportamento, posso accogliere meglio, posso ascoltare meglio, posso condurre meglio il mio dialogo, ma poi occorre comunque una figura strutturata.” […]

    In merito alla domanda specifica sugli “spazi di manovra”, lo psicologo accoglie ogni paziente insieme con il medico, interviene con interventi di esplorazione-chiarificazione sui problemi portati, sulla vita personale e lavorativa del paziente, e dopo la singola visita o in spazi appositamente concordati, chiede al medico ulteriori notizie disponibili. In molti casi l’intervento dello psicologo rimane confinato all’interno della consultazione medica, nelle varie occasioni in cui capita di rivedere il paziente, e nella maggior parte dei casi in tre anni capita spesso. Con il tempo si viene creando una consuetudine per cui i pazienti interessati ad incontrare lo psicologo si recano allo studio nel giorno in cui questi è presente, mentre altri evitano accuratamente quel giorno.
    Nel momento in cui emerge una tematica di chiara competenza psicologica e non più soltanto fisica lo psicologo, in accordo con il medico, può proporre al paziente uno o più incontri a due, sempre all’interno dell’ambulatorio, in orari diversi dal turno in cui è presente con il medico. In alcuni casi medico e psicologo si sono trovati bene ad occuparsi congiuntamente, anche in modo approfondito, di tematiche non fisiche di un paziente, evitando nella maggior parte dei casi la costituzione di un setting parallelo. A seguito di questo approfondimento, laddove emerga l’indicazione di un trattamento psicologico a lungo termine, il paziente può essere inviato ad uno specialista della Salute Mentale, presso strutture pubbliche o private riconosciute.

    Mi rendo conto di quanto sia difficile in questo spazio far emergere gli aspetti salienti di un progetto così complesso e di ormai lunga durata. Spero di aver risposto in modo esauriente ai vostri quesiti e mi scuso per non essere stata “particolarmente” sintetica!

  • sarah

    molto molto interessante! bella la finalità e la modalità di attuazione dell’intervento… l’unico dubbio è: questo tipo di collaborazione, visto che prevede incontri congiunti tra medico di base e psicologo e non prevede (come evidenziato dalla collega) incontri specifici extra con lo psicologo (tranne rari casi), cosa è una forma di volontariato? se no, da chi è finanziato l’intervento dello psicologo?
    grazie

  • Alessandra Marchina

    Come riportato sopra, ciascuna collaborazione con il medico di base è stata svolta in qualità di tirocinio di specializzazione per noi psicologi della salute, e perciò non ha previsto nessuna forma di retribuzione, volontariato o finanziamento da parte dell’Università o delle Asl locali.

  • Anna Rita Mancini

    Credo che sarebbe utile si estendesse anche presso altri studi medici al fine di far capire alla gente, nel 2012 e dopo che siamo diventati una comunità europea, che lo psicologo può essere utile non solo “se si è matti”. L’ottica della “prevenzione” prima della “cura” è ancora lontana nel nostro paese, non solo, mi basta anche solo entrare in argomento con agli amici più intimi per trovare resistenze e scetticismo.

  • Giulio Tirinelli

    Risposta @ messaggio di Alessandra Marchina del 09/03/2012 at 12:06

    Grazie della risposta Alessandra, mi permetto però di chiedere ulteriori delucidazioni, nell’ottica di una spero sana “Critica della ragion pura”

    Nella risposta alla mia domanda infatti dici due cose:

    A) “…..se partiamo dal presupposto che la salute delle persone è data da una condizione di integrità e benessere mente-corpo, così come sin dalla nascita siamo presi in carico da un medico di base (prima pediatra, poi MMG) dovemmo essere allo stesso modo presi in carico da uno psicologo di base, (prima pediatra, poi MMG) dovemmo essere allo stesso modo presi in carico da uno psicologo di base, istituito a livello di SSN, e quindi gratuito per tutta la popolazione.”

    B) “Non penso, quindi, che la soluzione possa essere quella di aggiungere un servizio a pagamento ai tanti già esistenti, a lungo andare rischierebbe di tradursi nel classico invio che il medico fa allo psicologo.”

    In poche parole, non trovo una connessione logica tra A e B.
    Mancano tra l’altro (almeno da quello che dici) dati a supporto dell’ipotesi che a lungo andare “rischierebbe di tradursi” nel classico invio.
    E tra l’altro, non ci vedrei nulla di male se da un iniziale incontro con il medico, ci sia un invio allo psicologo, realtà che, tra i medici non è affatto comune.
    Mancano reti tra medici e psicologi, almeno questa è la realtà che vivo nelle aree non fortemente urbanizzate.

    A volte, persone di mie conoscenza mi chiedono a chi rivolgersi per una difficoltà, e seppur io stesso psicologo….io stesso ho difficoltà ad identificare psicologi nel mio territorio a cui rivolgersi.

    E il SSN non riesce a saturare le richieste delle persone di usufruire delle competenze dello psicologo: non c’è copertura, soprattutto per quanto riguarda l’accessibilità.

    Infatti rispetto alla rappresentazione sociale che tutti più o meno forse condividiamo, che le persone non si rivolgano allo psicologo perché dallo psicologo “ci vanno i matti”, ridefinirei meglio la cosa: non credo che sia questo il problema principale.
    Il problema principale è che non siamo in grado ancora, come categoria, di entrare nella rete delle relazioni. Non siamo in grado di essere cosi presenti da poter essere riconosciuti come profilo professionale. Almeno questa è l’impressione che ho nelle aree di provincia, città con meno di 10.000.

    Insomma per farla breve, siamo tanti psicologi, ma siamo “poco rappresentati” all’interno della mente delle persone, che anche quando hanno bisogno di noi, non sanno nelle mani di chi mettersi.
    E in molti casi aihmè, hanno anche ragione a non fidarsi, nonostante il filtro dell’esame dell’Ordine degli Psicologi.

    Quindi, se affiancarsi al medico può servire a sciogliere i pregiudizi, a pagamento o meno, secondo me è una strada da verificarsi.

    E il motivo è che non conosco al momento esperienze ed iniziative che dimostrino il contrario (e cioè che non funziona).

    Qualcosa in contrario se io ci provo?

    Datemi una buona ragione per non lavorare in questa direzione.

  • ada

    ciao, sono una collega. ma come fare per partecipare al progetto come professionista?

  • rosalba

    scusate, avete parlato di tirocinio ma io so che il tirocinio professionale deve prevedere la presenza in sede della figura di almeno uno psicologo altrimenti non sarebbe valido…come giustificherei la sola presenza del medico????

  • Davide

    @Rosalba
    Forse ti riferisci al tirocinio professionalizzante che si svolge in quanto requisito per sostenere l’esame di stato e poi iscriversi all’albo. Qui se non sbaglio si parla di un altro tirocinio, quello che si fa durante i 4 o 5 anni di specializzazione (in questo caso della scuola di Psicologia della Salute). Credo che ogni scuola di specializzazione abbia criteri suoi riguardo la supervisione durante il tirocinio.

    Una domanda per Alessandra Marchina: ma se il paziente si deve spogliare, lo fa senza difficoltà davanti a una persona che non è né il medico né l’infermiere? Ci sono altre situazioni d’imbarazzo? Altra domanda: avete rilevato qualche indicatore riguardante la comunicazione, a parte le impressioni personali?